Lo stato dell’arte del destino della cattedrale parigina, come ricostruire Notre – Dame dopo l’incendio del 15 aprile 2019.

Lo scorso 27 maggio il Senato francese ha approvato il disegno di legge del Governo sulla ricostruzione della cattedrale parigina. Atto dovuto, dopo il violento incendio che, divampato lo scorso 15 aprile, ha portato alla distruzione della guglia e del tetto, oltre ad aver compromesso la staticità di alcune volte. Il disegno di legge è volto anche alla gestione dei fondi raccolti per la ricostruzione e al suo interno contiene una clausola fondamentale e alquanto controversa.

Credit: www.architetti.com

La ricostruzione dovrà infatti riportare al risultato di una Notre – Dame “dov’era com’era”, evitando la possibilità di indire un concorso di architettura per la ricostruzione della cattedrale. Termine temporale per il completamento dei lavori entro le Olimpiadi del 2024, che si svolgeranno proprio a Parigi.

Le porzioni danneggiate. Credit: www.wikipedia.com

Il dibattito sul “come” ricostruire era scaturito già dalle prime ore del divampare dell’incendio, non appena la chiesa era stata messa in sicurezza ed era stato possibile fare una prima valutazione dei danni. Le posizioni vedevano da un lato la volontà di un intervento di ricostruzione che fosse segno del proprio tempo, punto di vista portato avanti dallo stesso Presidente Macron. Sul fronte opposto, la visione più strettamente conservativa abbracciata anche dal sindaco di Parigi Anne Hidalgo. Questo dualismo è tipico nei casi di ricostruzione in cui sia implicata una forte istanza psicologica legata al bene compromesso.

Le più recenti carte del restauro, infatti, hanno spostato la concezione del restauro da una visione di anastilosi – il “dov’era, com’era” – verso un intervento che dichiari apertamente la propria contemporaneità. In poche parole, bandendo il falso storico, perché un falso storico alla fine è quello che verrebbe generato. Nel caso di Notre – Dame però – così come in altri casi illustri come la Frauenkirche di Dresda, il Campanile di San Marco a Venezia, tanto per citarne alcuni – l’istanza psicologica è molto forte. Così radicata che difficilmente i parigini vorrebbero e accetterebbero una cattedrale diversa da quella che, per secoli, ha rappresentato un inconfondibile landmark della propria città. E per la portata culturale di questa chiesa, il discorso non riguarda solo i parigini, ma i cittadini di tutto il mondo.

La stessa guglia distrutta non era quella originaria duecentesca (andata perduta nel 1792), ma era la ricostruzione che l’architetto e restauratore Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc progettò nel 1860. L’operazione che all’epoca di Viollet – le – Duc era assolutamente genuina (seppur non scevra di polemiche già da parte dei suoi contemporanei), oggi non può avere una conseguenza così lineare, non dopo anni di dibattiti in tema di restauro.

La “fleche” nei disegni di Viollet – Le – Duc. Credit: www.architetti.com

Ecco quindi l’idea di un concorso di idee per una restauro figlio dei nostri tempi, innovativo e marcatamente contemporaneo: ricostruire il bene, ma lasciando visibile la traccia dell’incendio, cicatrice che, piaccia o no, è entrata nella storia della cattedrale. Sarebbe lecito cancellarla con un restauro conservativo? Cosa sarebbe la Sagrada Familia senza la sovrapposizioni delle idee e delle mani che, dall’originario progetto di Gaudì, ha generato la chiesa che oggi conosciamo?

Tornando a Notre – Dame, l’idea di concorso di idee era stato accolto con entusiasmo sul web, tanto che la piattaforma GoArchitect aveva indetto un contest online, aperto fino a fine giugno. Sta di fatto che l’idea di ricostruzione innovativa si sta progressivamente riducendo, a fronte di un restauro conservativo volto a restituire una cattedrale identica alla situazione pre incendio.

Numerose proposte sono scaturite non appena l’incendio è stato domato. Alcuni progetti hanno effettivamente mirato a coniugare la volontà conservativa con l’innovazione tecnologica, nel rispetto dell’esistente. Altri invece, più che proposte progettuali, sono stati vere e proprie provocazioni, talvolta vicini al cattivo gusto. E’ il caso del “progetto” dello studio parigino NAB ha previsto una copertura vetrata e la creazione di una serra verde, con tanto di alveare nella guglia.

La serra verde di NAB studio. Credit: www.dezeen.com

 

Gli svedesi Ulf Mejergren Architects hanno convertito Notre – Dame in una piscina pubblica.

La proposta di UMA: una piscina. Credit: www.elledecor.com

Vincent Callebaut addirittura ha immaginato un tetto in grado di produrre energia e di ospitare una fattoria ecosostenibile, per la produzione di pesce e verdure.

La fattoria palingenetica di VCA. Credit: www.archdaily.com

La mia idea, in merito a questi progetti, è che si sia preferito creare una vetrina per archistar e archidesigner, piuttosto che pensare concretamente ad una ricostruzione in grado di preservare il bene, sia nella sua matericità, sia nella memoria collettiva. Un approccio irrispettoso verso il bene da tutelare, tanto che posso arrivare a capire chi preferisce un restauro “com’era dov’era” a queste proposte. Una gran caciara, che Oscar Wilde avrebbe sintetizzato con un “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé “.

A tal proposito trovo calzante la visione del designer Sebastian Errazuriz , che ha spinto la provocazione al punto di trasformare la cattedrale in una rampa di lancio spaziale. Secondo Errazuris “il tetto di Notre-Dame dovrebbe essere lasciato incompleto. Aperto al cielo, alla pioggia e alle condizioni atmosferiche. Come i monumenti malconci di Roma o della Grecia, anche la Francia dovrebbe abbracciare la propria storia e mostrare con orgoglio la nuova ferita”. Dapprima intrigato dalla possibilità di progettare la nuova copertura della cattedrale, la sua idea è poi sfociata nella provocatoria rampa di lancio. “Un un atto di esagerazione creativa che vuole mettere in ridicolo tutti gli studi di architettura che si aggirano come rapaci sulla carcassa di Notre-Dame con la loro idea per il nuovo tetto”.

La rampa di lancio spaziale di Errazursiz. Credit: www.arttribune.com

La triste constatazione di una sfida che di questo passo andrà sicuramente persa, tra le scimmiottate da archistar eccentrica e la ricostruzione pedestre fatta con il paraocchi.